Consiglio di Stato – Sez. III, Sent. n. 2527/2013 – depositata il 9 maggio

Da sempre l’accreditamento è collegato alla programmazione e pianificazione regionale (art. 8-quater Dlsg 502/’92)

La struttura richiedente è dunque soggetta al giudizio discrezionale della Regione che, valuta non solo i requisiti (ulteriori) di qualificazione previsti dalla normativa ma anche la propria necessità sotto il profilo erogativo nel rispetto delle strutture già sul territorio e delle esigenze di programmazione.

Questo, semplificando, quanto chiarito da un ventennio di giurisprudenza post riforme anni novanta.

Il caso che si commenta è però particolare: si tratta di una richiesta di accreditamento nelle more dell’adozione del provvedimento regionale di ricognizione (ovvero di ricalcolo del fabbisogno assistenziale per razionalizzare la spesa sanitarie); più esattamente in questo caso la Regione ha impiegato ben due anni per esprimere il proprio diniego!

Vediamo dunque il caso e la decisione.

IL CASO

Una società che gestisce un centro autorizzato per attività di educazione e riabilitazione di soggetti in età evolutiva con grave deficit visivo, un anno dopo il regolare inizio dell’attività chiedeva alla Regione Lazio, ex art. 6 del regolamento regionale 13/2007, l’accreditamento istituzionale necessario per svolgere la propria attività anche per conto del SSR.

La Regione, a distanza di due anni, negava l’accreditamento richiesto.

Il diniego veniva motivato dalla Giunta Regionale sulla base di quanto imposto dagli artt. 1, comma 796, lett. u), l. n. 296/2000, e 2, l.r. Lazio 4/2003, non consentiva il rilascio di accreditamenti nuovi o definitivi, nelle more dell’adozione del provvedimento regionale di ricognizione e conseguente rideterminazione dei fabbisogni di prestazioni sanitarie, di cui all’art. 8-quater, comma 8, d.lgs. 502/1992.

Il Tar, in primo grado, respingeva le pretese legate alla violazione delle norme in materia procedimentale: l’appellante, infatti, aveva impugnato il diniego lamentando la violazione dell’art. 2 della legge 241/1990 per mancato rispetto del termine (di 90 giorni) di conclusione del procedimento, e chiedeva il risarcimento del conseguente danno da ritardo.

Inoltre, lamentava altresì  la violazione dell’art. 10-bis, della medesima legge, per mancata comunicazione preventiva dei motivi ostativi all’accoglimento della richiesta.

A tale proposito, il TAR aveva sottolineato che:

– il termine di conclusione del procedimento ha natura sollecitatoria e dà luogo al silenzio rifiuto ma non vizia l’atto adottato oltre la scadenza;
– il superamento del termine non potesse assumere rilevanza ai fini del risarcimento del “danno da puro ritardo”, non essendo stata quantificata la portata di esso (ma soltanto quella del danno da mancato rilascio dell’accreditamento);
– l’omissione del preavviso di rigetto non poteva viziare il diniego, stante la natura vincolata del diniego e l’applicabilità dell’art. 21-octies, legge 241/1990.

La decisione del CONSIGLIO DI STATO

Il Consiglio di Stato si esprime con una decisione molto articolata di cui si riportano qui i punti salienti:

a)   sul danno da ritardo: il Collegio riconosce l’ingiustificabile negligenza della Regione nel non dare risposta alla richiesta di accreditamento. Precisa però che nel caso di specie non era possibile liquidare il danno in quanto il ricorrente non aveva provveduto alla quantificazione dello stesso .

b)  sul punto poi la sentenza è molto interessante in quanto dà indicazioni pratiche su come dimostrare il danno. Più esattamente attraverso la dimostrazione del pregiudizio derivante dalla perdita di occasioni alternative, dall’immobilizzazione di risorse altrimenti impiegabili e dall’improduttività di investimenti effettuati a tal fine. Il danno andava provato.

b) sulla ricognizione dei fabbisogni: il Consiglio di Stato dunque, pur riconoscendo la negligenza della Regione (la mancata risposta) ha statuito che il diniego era legittimo in quanto – di fatto – la Regione non aveva necessità di nuovi accreditamenti. Tutt’al più il ricorrente (sempre secondo i giudici avrebbe dovuto lamentare l’inerzia della Regione nell’adozione di un atto generale di ricognizione, così da ottenere dal giudice l’accertamento dell’eventuale illegittimità del blocco degli accreditamenti a tempo indeterminato.

redazione

La redazione di Appalti&Sanità

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