Per chi si occupa di autorizzazioni sanitarie la decisione del Consiglio di Stato n. 550 del 29 gennaio 2013 rappresenta senza dubbio una sentenza di portata “storica”.

In sintesi il caso, per poi illustrare la portata giuridica della decisione assunta.

Una casa di cura della Regione Lazio chiedeva l’autorizzazione per l’ampliamento di n. 20 posti letto (reparto Alzheimer) precisando l’intenzione di svolgere attività in regime privatistico (quindi senza accreditamento e contratto con il SSR).

A fronte del silenzio della Regione, il Commissario ad acta nominato dal TAR si esprimeva negativamente  affermando la sufficienza delle strutture provvisoriamente accreditate a corrispondere al fabbisogno regionale, nonché la sospensione al momento degli gli adempimenti relativi alla verifica di compatibilità con il fabbisogno di assistenza.

In sostanza il Commissario ad acta procedeva ad una interpretazione ed applicazione “tradizionale” dell’art. 8-ter del Dlgs 502/’92 (come modificato dal D.Lgs 229/’99) in forza del quale il rilascio della autorizzazione alla realizzazione (prodromica al successivo rilascio dell’autorizzazione all’esercizio) è subordinata alla “verifica di compatibilità del progetto da parte della regione…effettuata in rapporto al fabbisogno complessivo ed alla localizzazione territoriale delle strutture presenti in ambito regionale, anche al fine di meglio garantire l’accessibilità dei servizi e valorizzare le aree di insediamento prioritario di nuovo strutture”

Se l’obiettivo della norma era quello di meglio orientare la distribuzione delle strutture sul territorio, di fatto tale “programmazione” all’ingresso – attuata poi in maniera differente dopo la regionalizzazione della sanità in forza delle modifica dell’art. 117 Cost – ha finito con il configurare, nei fatti, un “blocco” all’ingresso sul mercato di nuovi erogatori sanitari. E ciò sia la degenza che per la specialistica ambulatoriale.

Con la sentenza che oggi si commenta il Consiglio di Stato fa invece un passo avanti.

Prendendo le mosse dalla segnalazione AGCM AS 852 del 18 luglio 2011 in materia nella quale si  segnalava come “la pedissequa applicazione delle norme sembra aver provocato una situazione di paralisi, con la conseguenza di consolidare l’offerta nelle mani degli operatori già esistenti..”, il Consiglio di Stato approda ad una nuova –  costituzionalmente orientata – interpretazione della norma.

Stabiliscono infatti i giudici che subordinare le autorizzazioni alla verifica del fabbisogno deve essere letto alla luce non solo dell’art. 32 (tutela della salute) ma anche in ragione dell’art. 41 Cost (libertà di iniziativa dell’impresa): quindi tale norma nella sua applicazione non può configurare

“…uno strumento ablatorio delle prerogative dei soggetti che intendano offrire, in regime privatistico (vale a dire senza rimborsi o sovvenzioni a carico della spesa pubblica, e con corrispettivi a carico unicamente degli utenti), mezzi e strumenti di diagnosi, di cura e di assistenza sul territorio……”

In sostanza, spiegano i giudici, la programmazione (e l’eventuale “blocco”) non possono avvenire in sede di autorizzazione, ma eventualmente attraverso i successivi strumenti dell’accreditamento, della fissazione dei tetti di spesa e dei contratti con i soggetti accreditati.

Tale nuovo orientamento sembra peraltro porsi sul solco del nuovo vento di liberalizzazione che faticosamente sta penetrando nel nostro ordinamento, aprendo il varco anche al settore sanitario.

Con la legge 27/2012 – c.d. Cresci Italia – all’art. 1 si afferma l’abrogazione delle “disposizioni di pianificazione e programmazione territoriale” che non siano adeguate o proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate e impediscano, condizionino o ritardino l’avvio di nuove attività economiche o l’ingresso di nuovi operatori economici.

Lo stesso articolo stabilisce altresì l’abrogazione dei “…..preventivi atti di assenso dell’amministrazione ……………… non giustificati da un interesse generale, costituzionalmente rilevante e compatibile con l’ordinamento comunitario nel rispetto del principio di proporzionalità”

A rinforzo l’AGCM nella segnalazione – AS988 sulla legge concorrenza 2013 in data 2 ottobre 2012 proprio in relazione al settore sanitario così dichiara: “Nel settore sanitario, al fine di consentire una maggiore libertà di accesso degli operatori privati all’erogazione di prestazioni sanitarie che non gravano sull’erario pubblico, appare opportuno introdurre a livello nazionale una norma che consenta la realizzazione e l’esercizio di strutture sanitarie non convenzionate con il SSN a prescindere dalla verifica del fabbisogno di servizi sanitari, né tanto meno della compatibilità finanziaria.”

Con la sentenza CdS 550/ il quadro si chiude: l’apertura di strutture sanitarie (anche di degenza) che si rivolgono solo al privato non può subire limitazioni o programmazioni a monte. Sarà poi il mercato a fare le sue scelte. Quello dei cittadini. O quello dei nascenti Fondi Sanitari Integrativi, che sembrano affacciarsi oggi con maggior vigore – anche come effetto indiretto della spendig review –   al mercato delle prestazioni sanitarie.

redazione

La redazione di Appalti&Sanità

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