a cura della dott.ssa Silvia Pari

[Cass. Pen., Sez. IV, sent. n. 39165/2013]

Il tema del rispetto delle linee guida da parte degli operatori sanitari ha acquisito una rilevanza sempre crescente da quando il legislatore, con l’art. 3 del D.L. n. 128/2012, convertito con modificazioni dalla l. n. 189/2012, ha stabilito che il rispetto delle stesse, laddove la condotta del medico si connoti per colpa lieve, non consente di rivolgergli alcun addebito di natura penale. Al di là delle numerosissime interpretazioni che della norma in esame sono state fornite, certo è che il richiamo ad una categoria così ampia ed indeterminata – quale, appunto, quella delle linee guida – ha richiesto e a tutt’oggi richiede specificazioni ed approfondimenti dei quali si sta facendo spesso carico la nostra giurisprudenza.

Ed è proprio in questa scia che si colloca la sentenza della IV Sezione Penale della Corte di Cassazione qui in commento, riguardante il caso di una paziente deceduta per ischemia del miocardio a seguito della deconnessione del catetere venoso centrale giugulare che le era stato applicato nel corso di un trattamento chirurgico volto a tentare di risolverne una affezione cardiovascolare.

In primo grado il Tribunale aveva ritenuto di condannare per omicidio colposo due dei sanitari intervenuti, ritenendo che le loro condotte fossero state causalmente rilevanti nel determinare l’evento luttuoso. Di diverso avviso si è invece mostrata la Corte d’Appello che ha ribaltato il giudizio di primo grado, pronunciando l’assoluzione degli imputati “perché il fatto non costituisce reato”.

Ed ecco che la Corte di Cassazione ha ritenuto di confermare la sentenza della Corte territoriale. Fra i diversi motivi di ricorso i parenti della vittima avevano ritenuto di sollevare quello attinente la violazione, da parte dei sanitari intervenuti, delle linee guida del reparto, quale fonte dell’obbligo giuridico di sorveglienza, controllo ed impedimento dell’evento lesivo. I giudici della Suprema Corte, nel contestare la ricostruzione così operata, hanno ritenuto di affermare che “(…) nell’applicazione dell’art. 3 d.l. n. 128/2012, con riferimento alle linee guida, è necessario valutare le caratteristiche del soggetto o della comunità che le ha prodotte, la sua veste istituzionale, il grado di indipendenza da interessi economici condizionati. Rilevano altresì il metodo dal quale la guida è scaturita, nonché l’ampiezza e la qualità del consenso che si è formato attorno alla direttiva. Ciò in quanto le linee guida presentano varietà delle fonti, diverso grado di affidabilità, diverse finalità specifiche, metodologie variegate, vario grado di tempestivo adeguamento al divenire del sapere scientifico (…) Tali diversità rendono subito chiaro che (…) per il terapeuta come per il giudice, le linee guida non costituiscono uno strumento di precostituita, ontologica affidabilità (…). Peraltro è infondata anche la pretesa di considerare le linee guida fonti di regole cautelari la cui inosservanza può, di per sé, fondare un addebito per colpa (…). Le linee guida (…) possono svolgere un ruolo importante quale atto di indirizzo per il medico; esse, tuttavia, avuto riguardo all’esercizio dell’attività medica che sfugge a regole rigorose e predeterminate, non possono assurgere al rango di fonti cautelare codificate (…) non essendo né tassative né vincolanti e, comunque, non potendo prevalere sulla libertà del medico, sempre tenuto a scegliere la migliore soluzione per il paziente (…)”.

Sì dunque, all’utilizzo delle linee guida come strumento di indirizzo, chiamato a coadiuvare il medico nelle proprie scelte cliniche e terapeutiche, ma un no deciso alla interpretazione delle stesse quali fonti di regole codificate atte ad esprimere, sempre e comunque, la migliore soluzione possibile per il paziente.

 

Silvia Pari

Dottoranda Università di Bologna in Scienze Mediche Generali e dei Servizi. Laureata in giurisprudenza nel 2011, collabora con lo Studio Legale Stefanelli dal medesimo anno ed altresì con la Cattedra di Medicina Legale dell'Università di Bologna. Nel 2013 consegue il Master in Diritto Sanitario presso la Scuola di Specializzazione in Studi sull'Amministrazione Pubblica di Bologna. Le tematiche di principale interesse ed approfondimento sono quelle inerenti la sanità, pubblica e privata, con particolare attenzione al tema della responsabilità professionale del sanitario.

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