Occorre essere obiettivi e sgombrare il campo da alcuni falsi “miti” che da sempre aleggiano quando si parla del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Da un lato la falsa credenza che il sistema sia “universalistico”, ovvero in grado d’offrire servizi  e cure a tutti in maniera equanime.

Dall’altro che il costo del nostro S.S.N., risulta, perchè il sistema sia sostenibile, in continua crescita e giunto ormai a livelli insostenibili.

Entrambi queste affermazioni sono inveritiere.

Innanzitutto il nostro servizio sanitario non “copre” piu’, oramai da anni, molte aree di bisogno (ginecologia, oculistica, odontoiatria) ma, d’altro canto, il sistema costa attualmente “solo” 110 miliardi € circa all’anno, con un tasso di crescita molto basso (circa 1,7 % nel periodo  2000-2011) ed una spesa pro-capite di circa il 25% inferiore a quella dei principali Paesi europei, quali Francia e Germania (dati Università Bocconi, Milano).

Anche i posti-letto ospedalieri sono diminuiti, tanto che il rapporto con il numero degli abitanti è oggi uno dei piu’ bassi dell’Unione Europea, mentre i ricoveri sono stati drasticamente ridotti   di circa il 17% nel medesimo periodo 2000-2011.

Ultimo dato confortante è quello relativo ai disavanzi sanitari regionali, che sono scesi negli ultimi anni (la regione Campania l’ha ridotto del 90%, il Lazio dell’80% ecc.) tanto da far ritenere che il deficit complessivo (relativo alla spesa sanitaria) sia stato quasi del tutto azzerato.

Se dunque il nostro S.S.N. è riuscito a ridurre drasticamente il suo costo, anche grazie ad un’attività d’efficientamento e riorganizzazione assolutamente necessari – per taluni, tuttavia, a scapito del suo “universalismo” nonché della qualità dei servizi resi – ci si chiede ora cosa provocheranno gli ulteriori tagli previsti nell’ottica della riduzione complessiva della spesa pubblica di 700 milioni di euro solo nel 2014 e di altri 700 milioni di euro del 2015.

Non dimentichiamoci infatti che il settore sanitario è già stato oggetto di significativi tagli durante la cd. “2° Spending Review” (D.L.n. 95/2012 conv. in L. n. 135/2012), che ha previsto  una riduzione del 5% degli importi relativi a tutti i contratti d’appalto in essere a far data dal 6/7/2012 e fino al 31/12/2012 (compresi i dispositivi medici, esclusi i farmaci), nonché del 10% a far data dal 1/1/2013 e fino alla scadenza contrattuale (art. 15, comma 13°).

Se dunque ai suddetti tagli (5%+ 10%) si somma oggi quanto disposto dalla cd. 3° Spending Review (D.L 24/4/2014 n. 66) per tutte le amministrazioni, ovvero una riduzione degli “importi dei contratti in essere aventi ad oggetto acquisto o fornitura di beni e servizi, nella misura del 5 per cento, per tutta la durata residua dei contratti medesimi” (art. 8, comma 8), riduzione che si aggiunge ad una politica di benchmarking sui prezzi – “standard” e, ove non ancora determinati, solo “di riferimento” – non vi è chi non tema che gli operatori economici, reduci da due anni di tagli (per un totale del 20% complessivo) recederanno in massa dai contratti “ridotti”, lasciando così le amministrazioni sanitarie libere di aderire alle convenzioni CONSIP o a quelle delle centrali di committenza regionali, i cui prezzi tuttavia o risultano superiori ai prezzi “ridotti” oppure hanno visto, anche dette convenzioni, il recesso in massa dei relativi affidatari.

In ambito sanitario non vi era proprio bisogno di ulteriori tagli lineari.

 

redazione

La redazione di Appalti&Sanità

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