In materia di responsabilità sanitaria, dal 2000 in avanti la giurisprudenza ha sostenuto compatta che il paziente danneggiato può agire nei confronti sia del medico che della struttura sanitaria a titolo di “responsabilità contrattuale”.

Con questa sentenza è stata letteralmente capovolta la visione della materia.

Vediamo di ricostruire in sintesi in cosa consista questa “rivoluzione” e quali saranno gli effetti pratici.

Fino ad oggi struttura e medico si sono trovati in causa ad avere un “onere della prova” molto pesante: dimostrare perché  la prestazione non aveva raggiunto l’obiettivo terapeutico (da intendersi non solo come peggioramento ma anche come mancata guarigione).

Nel 2012 il decreto Balduzzi inserisce invece in relazione alla responsabilità del medico un richiamo all’art. 2043 c.c. (cioè alla responsabilità extracontrattuale).

Dopo due anni di tentennamenti ed alterne posizioni della giurisprudenza di merito (e peraltro di una posizione un po’ sibillina assunta dalla Cass. n. 8940 del 2014) il Tribunale di Milano prende posizione in maniera netta a favore della responsabilità extracontrattuale del medico.

Più esattamente la sentenza interpretando in maniera letterale il Decreto Balduzzi (l.n. 189/2012) sostiene che:

– la struttura sanitaria che ha stipulato un contratto con il paziente risponde di responsabilità contrattuale (contratto atipico di spedalità)
– il medico che ha stipulato direttamente un contratto con il paziente (es medico che opera in casa di cura sulla base però di un contratto diretto con il paziente) risponde di responsabilità contrattuale
– il medico che opera invece all’interno della struttura  ma non ha un rapporto contrattuale diretto con il paziente (ma ha invece solitamente un contratto con la struttura che fattura al paziente e poi paga il medico) risponde di responsabilità extracontrattuale

Cosa comporta la responsabilità extracontrattuale del medico?

Si alleggerisce la posizione probatoria del medico: sarà infatti il paziente a dover provare la responsabilità del medico (e non viceversa)

Inoltre si accorciano i tempi di prescrizione per il paziente che avrà solo 5 anni (e non 10) per chiamare in causa il medico.

 

Struttura e medico saranno tenuti in solido al risarcimento del danno a norma dell’art. 2055 c.c., vale a dire che il paziente potrà andare ad escutere da chi vuole. Questo perché il giudice ha ritenuto che il fatto dannoso è unico, seppur distinti i criteri di imputazione della responsabilità.

E qui scatta la seconda parte della sentenza, ancora più interessante, che risponde ad un interrogativo concreto e fondamentale: chi paga?

Il giudice, dopo aver ricostruito tutta l’architettura giuridica della responsabilità medica  (come sopra esposto) dà atto che nel caso di specie esisteva tra struttura e medico un contratto con il quale il medico si era impegnato a manlevare la struttura sanitaria dei danni causati ai pazienti in ragione della sua attività professionale

In sostanza attraverso il patto di manleva contenuto nel contratto tra le parti (patto atipico ma legittimo) la casa di cura aveva trasferito le conseguenze risarcitorie del suo inadempimento in capo al medico con l’obbligo di quest’ultimo di tenerla indenne dal punto di vista economico.

Di conseguenza il medico – pur avendo una posizione processuale “alleggerita” – è stato condannato a rimborsare alla casa di cura tutta l’esborso economico: essendo poi stata chiamata in causa l’assicurazione a garanzia, tale risarcimento è passato in capo all’assicurazione.

Ecco gli spunti offerti da questa sentenza:

strutture sanitarie: si possono salvaguardare tramite lo strumento di un contratto con un corretto patto di manleva medici: devono porre attenzione alle clausole contenute nel contratto assicurazione: dovrà verificare con cura i contratti in essere tra le parti.

redazione

La redazione di Appalti&Sanità

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