[Consiglio di Stato IV° 15/2/2013, n. 925]

Come noto nel giudizio amministrativo vige un principio di certezza delle posizioni giuridiche piu’ “cogente” rispetto a quanto vale in ambito civilistico, ragion per cui il termine di contestazione di un provvedimento è particolarmente breve e pari a 60 giorni, tranne alcune eccezioni come, ad esempio, nell’ambito degli appalti pubblici, il cui termine d’impugnazione risulta ridotto a (sol)i 30 giorni. Stante una tempistica così “stringente”, è dunque evidente come la corretta determinazione del momento “esatto” in cui tale termine impugnatorio inizia a decorrere risulta di fondamentale importanza per la tenuta stessa del diritto di difesa, che non può venire ulteriormente contratto (se non addirittura vanificato) qualora il provvedimento lesivo non dovesse esser immediatamente conosciuto (o conoscibile) da parte del soggetto che potrebbe avere interesse ad una sua impugnazione.  Ma vi è anche un altro elemento di fondamentale importanza quando si parla d’impugnazione, ovvero se il termine impugnatorio debba decorrere dalla “piena” conoscenza – intesa come comprensione del contenuto “integrale” – del provvedimento, oppure se debba ritenersi sufficiente la mera conoscenza di detto provvedimento che, già di per sé, risulta comunque lesivo all’interesse che si intende tutelare.

Per fare un esempio in materia di appalti appare evidente come il concorrente ad un gara, qualora venga a conoscenza del provvedimento d’aggiudicazione della stessa ad un altro partecipante, già di per sè deve ritenere lesivo tale provvedimento e, ciò, indipendentemente dalla piena conoscenza del suo contenuto,(che tuttavia ben potrebbe fornirgli altri elementi di contestazione); ben si comprende, quindi, come da un lato la piena conoscenza del provvedimento aggiudicatario da parte di tutti concorrenti rischia di “allungare” i tempi di una sua possibile impugnazione, a detrimento dell’interesse pubblico alla rapida conclusione del procedimento di gara, ma, dall’altro, la mera conoscenza dell’intervenuta aggiudicazione (senza l’integrale conoscenza del relativo provvedimento) può costringere il ricorrente a dover modulare le proprie contestazioni in piu’ atti e, ciò, con evidente maggior aggravio di costi.

In questo contesto si inserisce la sentenza del Consiglio di Stato IV° 15/2/2013, n. 925 che statuisce come la decorrenza del termine impugnatorio non la si possa far partire dalla “piena conoscenza” del provvedimento lesivo, in quanto è sufficiente la “percezione” circa l’esistenza del provvedimento, ciò in quanto la conoscenza della sua lesività già di per sì deve motivare il soggetto interessato a presentare ricorso, mentre la “piena conoscenza” dell’atto non attiene al termine di decorrenza dell’impugnazione quanto piuttosto – e ben diversamente – al suo contenuto effettivo, che tuttavia gli attuali strumenti processuali (motivi  aggiunti) pienamente consentono di integrare.

Da tutto quanto sopra esposto deve dunque trarsi il necessario insegnamento che, qualora un soggetto venga a conoscenza di un provvedimento che ritiene lesivo, deve innanzitutto mettersi nelle condizioni di conoscerlo nella sua interezza (con richiesta alla P.A., istanza d’accesso ecc.) ma, qualora ciò gli non riesca nell’immediatezza, occorre allora che correttamente inizi a conteggiare il termine di decorrenza per un’eventuale sua impugnazione a far data dalla mera conoscenza che ha avuto di tale atto – e senza attendere quindi di averne la copia integrale – in quanto, in caso contrario, si corre il serio rischio che venga poi contestate la tardività dell’impugnazione, che rende il ricorso stesso irricevibilità per tardività.

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La redazione di Appalti&Sanità

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