Replicando l’agosto 2012, si profila all’orizzonte una nuova spending review per l’approvvigionamento di beni e servizi: l’insistenza, da anni, sugli stessi temi e sulle stesse misure di politica economica merita una qualche breve riflessione.

Il punto di partenza è che il SSN italiano – nonostante i suoi problemi e contraddizioni (soprattutto al Centro-Sud) – da 20 anni circa, stabilmente, si colloca, secondo tutti gli indicatori di qualità  accreditati, tra i primi 5 del mondo (cosa che certo non si può dire per altri servizi pubblici come il trasporto ferroviario, la scuola, l’università, la giustizia, ecc.).

Esso, per converso, è più economico rispetto ad altri paesi europei confrontabili, pesando sul Pil (circa il 7%) una percentuale inferiore a Germania, Regno Unito, Francia ecc..

Il SSN “cuba” quindi  110 miliardi euro circa annui di costo (meno di un terzo della spesa pensionistica), e tra l’altro ovviamente è anch’esso funzionalizzato, in sostanza, alla medesima fascia d’età media cui si rivolgono le prestazioni previdenziali (65-85 anni) (1).

Tanto premesso, va rimarcato che la quota dei 110 miliardi di cui sopra imputabile all’acquisizione di beni e servizi (cd. consumi intermedi) non raggiunge il 30% della stessa (decisamente inferiore alla spesa di personale), rimanendo quindi sotto i 30 miliardi/anno (per un termine di raffronto, il costo annuo di funzionamento di una sola Camera ammonta a 1 miliardo/anno).

Quindi, tutto incluso (dalle famigerate siringhe alle pulizie, dalle linee telefoniche ai farmaci, dalle manutenzioni alle protesi), la spesa per beni e servizi in Sanità (occorrente a far funzionare tutti gli ospedali italiani, h 24, 365 gg./anno, i servizi domiciliari, i dipartimenti di prevenzione, ecc., erogando ogni anno miliardi di prestazioni sanitarie) non raggiunge il 2% del Pil.

Appare dunque arduo sostenere che sia questo il problema principale (o uno dei problemi principali) della spesa pubblica e anche la risorsa principale (o una della risorse principali) da cui attingere per finanziare nuove manovre economiche dirette alla riduzione del carico fiscale.

Anche perché, come ricordato nell’incipit di queste note, il comparto sconta diverse azioni già poste in essere da anni, dalle rinegoziazioni dei contratti alle centralizzazioni degli acquisti, certo non facilmente replicabili con la medesima efficacia (esclusi farmaci e dispositivi, la riduzione dei budget è stata del 10% solo nella tornata 2012-2013).

Mentre, ancora una volta, secondo i proponenti si tratta delle stesse misure che dovrebbero nuovamente mettersi in campo anche quest’anno e i prossimi a venire.

Poco o nulla, infatti, da quanto si apprende, sul piano di strumenti innovativi: al netto di cose che forse potrebbero avere un senso, come il pay-back sui dispositivi medici (almeno quelli a maggiore redditività: già si alzano infatti le proteste dal lato produttori), si punta soprattutto, pare, su un forte ruolo di Consip (soggetto esistente da 16 anni).

Sull’argomento va detto che in realtà negli ultimi anni Consip non sembra né aver particolarmente focalizzato la propria azione sulla Sanità, né, quando lo ha fatto, essersi coordinata con le Centrali regionali d’acquisto nel frattempo costituite (con duplicazioni di gare parallele sullo stesso oggetto).

Inoltre, relativamente ad alcuni grossi “service” di cui si è occupata, tale Agenzia non pare essere riuscita a dimostrare la sostenibilità di condizioni di aggiudicazione talmente basse da non aver neppure superato il vaglio di legittimità dei Tar o comunque da aver creato i presupposti di forti ed evidenti criticità in sede di gestione contrattuale.

Nel contempo, sono ben note le critiche sul piano teorico ad una simile focalizzazione estrema sul costo del singolo fattore  produttivo in sé, e non piuttosto sull’efficienza ed economicità delle gestioni nel loro complesso, cioè sulla combinazione dei fattori produttivi e sui costi delle prestazioni, quindi sui costi raffrontati agli output (e auspicabilmente anche agli outcome) (2).

Sotto tale profilo è quindi lecito dubitare che abbia un senso l’idea di comprimere ancora, artatamente, tramite nuove misure di revisione della spesa (in realtà tagli), tale fetta pur piccola di Pil (e l’occupazione che ne deriva:  solo le pulizie in Sanità danno lavoro a decine di migliaia di persone) nell’assunto di contribuire ad una crescita per via di una corrispondente riduzione fiscale che, in tesi, creerebbe le basi per far ripartire l’economia reale.

In ogni caso risultati aggiuntivi apprezzabili (apprezzabili, temiamo, solo su un piano contabile) necessitano di tempi lunghi per il loro conseguimento, minando dunque non poco l’attendibilità delle previsioni di bilancio basate su tali azioni.

fonte: www.appaltiecontratti.it

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(1) Per paradosso, un servizio sanitario che garantisse tutte le prestazioni di oggi, di prevenzione, diagnosi, cura e  riabilitazione, sempre sostanzialmente gratuito, ma diretto soltanto alla popolazione da 0 a 65 anni, costerebbe, secondo alcuni calcoli effettuabili, circa 20 miliardi di euro/anno (al netto dei costi fissi che comunque il sistema ha e continuerebbe ad avere, soprattutto il personale). Tale premessa è fatta, ai fini di eventuali riflessioni che qui non ci competono, in termini di equità sociale complessiva degli interventi, relativamente a una spesa pubblica orientata per la maggior parte (circa il 60% essendo formato da pensioni + Sanità) ai bisogni di una specifica fetta della popolazione (gli anziani).

(2) E’ un dato di fatto che vi sono Regioni individuate ufficialmente, in ragione dei loro risultati economici, quali standard di riferimento per i costi in Sanità che non hanno conosciuto, in sostanza, né la centralizzazione degli acquisti né l’accorpamento delle Asl, dimostrando come non è certo una singola misura la panacea di tutti i mali.

redazione

La redazione di Appalti&Sanità

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