Del Decreto Balduzzi e delle (ampie o ristrette) modifiche apportate al regime della responsabilità si è lungamente parlato nell’ultimo anno.

Senza dubbio gli aspetti più rilevanti – sui quali sono stati scritti fiumi di parole – attengono alla responsabilità penale.

Ma qualche valutazione si può fare anche in ambito di responsabilità civile.

L’art. 3, comma 1, della L. n. 189/2012 (c.d. Legge Balduzzi, di conversione del D.Lgs. n. 152/2012) infatti così recita:

“ (…) L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene alle linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo (…) ”.

Ora, chi lavora in tale settore del diritto sa bene che la sentenza Cass Sez Un n. 577/2008, ha definito come “contrattuale” la responsabilità civile sia della struttura sanitaria (pubblica e/o privata che sia) presso alla quale il paziente si è rivolto, sia del medico che tali prestazioni abbia concretamente eseguito.

Da tale costruzione discende un regime probatorio che – secondo le regole dell’onere probatorio in materia contrattuale (Cass 13533/2001) – addossa alla struttura sanitaria ed  medico la prova del mancato raggiungimento dell’esito positivo delle cure.

Fatta queste premessa e letto il dettato dell’articolo sorge una domanda:  il richiamo all’art. 2043 c.c. contenuto nell’art. 3 del Decreto Balduzzi ha come obiettivo dello di “rovesciare” tale impostazione giurisprudenziale oppure si tratta di una “svista” del legislatore?

La giurisprudenza è già divisa sul punto.

La prima tesi è sostenuta dal giudice Buffone del Tribunale di Varese che nella sentenza n. 1406/2012 così scrive “ (…) La norma, con la dichiarata finalità di intervenire contro il dilagante fenomeno della c.d. medicina difensiva, introduce una sorta di esimente speciale nella responsabilità penale medica, circoscrivendola alle sole ipotesi di colpa grave e dolo. Per il caso della colpa lieve, tuttavia, dichiara la persistenza della responsabilità civile del medico; e, però, così facendo, individua quale grimaldello normativo non già l’art. 1218 c.c., bensì l’art. 2043 c.c. (…) Così facendo il legislatore sembra (consapevolmente e non per dimenticanza) suggerire l’adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnato anteriormente al 1999, in cui, come noto, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l’azione aquiliana (…) .

Secondo il Giudice Buffone, dunque, il legislatore dell’art. 3, comma 1, secondo periodo, sembra dunque avere compiuto in maniera del tutto cosciente un salto indietro nel passato, riconducendo nuovamente il tema della responsabilità professionale medica – laddove ovviamente non esista un rapporto contrattuale diretto tra paziente e sanitario – nell’alveo della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., con tutte le ben note conseguenze in punto di regime probatorio e termine prescrizionale.

Al contrario il Tribunale di Arezzo nella sentenza 14 febbraio 2013 (estensore Giudice D.Sestini)  ha voluto leggere nella norma non già un cambio di rotta del nostro Legislatore, bensì semplicemente una sua leggerezza.

Cosi in sentenza

“ (…) L’art. 3, comma 1, della Legge n. 189/2012, non impone alcun ripensamento dell’attuale inquadramento contrattuale della responsabilità sanitaria (…) ma si limita (nel primo periodo) a determinare un’esimente in ambito penale (i cui contorni risultano ancora tutti da definire), a fare salvo (nel secondo periodo) l’obbligo risarcitorio e a sottolineare (nel terzo periodo) la rilevanza delle linee guida e delle buone pratiche nel concreto accertamento della responsabilità (con portata sostanzialmente ricognitiva degli attuali orientamenti giurisprudenziali) (…) “.

In altri termini, nell’opinione del Tribunale di Arezzo, il nostro Legislatore, lungi dall’aver voluto intervenire in maniera così radicale nel settore della responsabilità medica, semplicemente avrebbe voluto ricordarci che, quand’anche il medico debba ritenersi non penalmente responsabile per la condotta posta in essere – ai sensi di quanto disposto dal primo periodo del succitato art. 3, comma 1 – ciò non significa che debba venire meno l’obbligo risarcitorio per la stessa.

Solo il tempo dunque potrà dirci in quale chiave dovrà essere letta la novella disposizione, nella speranza tuttavia che il nostro Legislatore nel frattempo intervenga in materia di responsabilità professionale medica con una disciplina organica e complessiva, atta a risolvere le problematiche di un settore così delicato.

 

redazione

La redazione di Appalti&Sanità

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