a cura della dott.ssa Silvia Pari

[Corte di Cassazione, Sez. III Civile, n. 17573/2013]

Sempre molto interessanti le sentenze della Cassazione sul nesso causale, elemento tra i più critici della responsabilità medica.

Nella sentenza che si commenta la III Sezione della nostra Corte di Cassazione, rigettando il ricorso di un paziente che si era visto negare il risarcimento del danno a suo dire subìto presso l’Azienda Ospedaliera Pisana per mancata corretta sintesi di una frattura alla gamba destra, ha sancito che in caso di dubbio sul nesso causale non può configurarsi responsabilità.

Il caso è questo.

Recatosi presso la suindicata struttura a seguito di un infortunio occorsogli durante un lancio con il paracadute, il paziente vedeva consigliarsi il ricovero, previa applicazione di idonea ingessatura. Rifiutato il ricovero, dopo circa venti giorni, persistendo un forte dolore, l’uomo decideva di recarsi presso l’Ospedale di Carrara dove, a seguito di un esame radiografico, veniva immediatamente sottoposto ad intervento chirurgico.

Ecco dunque che il paziente citava in giudizio l’Azienda Ospedaliera Pisana lamentando che i postumi dell’infortunio avrebbero potuto essere più limitati laddove si fosse immediatamente proceduto all’intervento chirurgico e non, come invece avvenuto, con un ritardo di venti giorni.

I giudici della Corte di Cassazione, condividendo le posizioni espresse nei primi due gradi di giudizio, hanno rigettato il ricorso del paziente, ritenendo che la prestazione medica sia stata eseguita in maniera corretta, e ciò anche per quanto attiene al più delicato profilo relativo all’informazione prestata al paziente, dal momento che questi fu reso edotto della circostanza secondo la quale la riduzione incruenta della frattura non sarebbe stata sufficiente, con conseguente necessità di proseguire le cure a seguito di ricovero. Ma, nonostante tali indicazioni, il paziente decise in tutta libertà di sottrarsi a dette cure, rifiutando il ricovero.

E, sottolineano i Giudici della Corte, “(…) tale decisione costituisce fatto interruttivo del nesso causale fra la condotta dei sanitari e le conseguenze pregiudizievoli ascrivibili al ritardato intervento chirurgico al quale il paziente si sottopose presso un’altra struttura ospedaliera, dopo aver lasciato trascorrere circa trenta giorni senza controlli sull’evoluzione della patologia (…)”.

Se è vero, infatti, che “(…) nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno da attività medico – chirurgica, l’attore deve (…) provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) ed allegare l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e l’inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare (…) il danno lamentato, rimanendo a carico del medico convenuto dimostrare che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa del danno (…)” è altrettanto vero che “(…) se all’esito del giudizio permanga incertezza sull’esistenza del nesso causale fra condotta del medico e danno, tale incertezza ricade sul paziente e non sul medico (…)”.

Silvia Pari

Dottoranda Università di Bologna in Scienze Mediche Generali e dei Servizi. Laureata in giurisprudenza nel 2011, collabora con lo Studio Legale Stefanelli dal medesimo anno ed altresì con la Cattedra di Medicina Legale dell'Università di Bologna. Nel 2013 consegue il Master in Diritto Sanitario presso la Scuola di Specializzazione in Studi sull'Amministrazione Pubblica di Bologna. Le tematiche di principale interesse ed approfondimento sono quelle inerenti la sanità, pubblica e privata, con particolare attenzione al tema della responsabilità professionale del sanitario.

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