a cura della dott.ssa Silvia Pari

[Corte Suprema di Cassazione, Sez. III Penale, n. 29735/2013]

E’ questo il principio di diritto sancito dalla III Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza qui in commento: principio che, seppure relativo ad un incidente stradale, può trovare applicazione anche in caso di responsabilità medica.

Il caso giudiziario nasce da una tragica vicenda che vede morire un giovane in un incidente stradale causato dallo stato di ubriachezza nel quale versava il conducente del mezzo sul quale si trovava assieme a lui.

La peculiarità della sentenza attiene al riconoscimento in capo ai nonni del defunto del risarcimento del danno non patrimoniale, seppure gli stessi non fossero conviventi con il ragazzo.

La questione della mancata convivenza veniva infatti contestata dall’imputato – condannato per omicidio colposo ai danni della vittima – sulla base del rilievo secondo cui, mancando il requisito della convivenza, alcun risarcimento del danno morale subito avrebbe potuto essere riconosciuto ai nonni della vittima.

Ed ecco che i Giudici della Suprema Corte, investiti del gravame, rigettano il ricorso affermando che “(…) la risarcibilità dei danni morali per la morte di un congiunto causata da atto illecito penale richiede, oltre all’esistenza del rapporto di parentela, il concorso di ulteriori circostanze tali da far ritenere che la morte del familiare abbia comportato la perdita di un effettivo valido sostegno morale (…)”. Ed in tal senso si è ritenuto che “(…) non possa ritenersi determinante, come sostenuto dal ricorrente, il requisito della convivenza, poiché attribuirsi a tale situazione un rilievo decisivo porrebbe ingiustamente in secondo piano l’importanza di un legame affettivo e parentale la cui solidità e permanenza non possono ritenersi minori in presenza di circostanze diverse, che comunque consentano una concreta effettività del naturale vincolo nonno-nipote: ad esempio una frequentazione agevole e regolare (…) o anche la sussistenza – del tutto conforme all’attuale società improntata alla continua telecomunicazione – di molteplici contatti telefonici o telematici. A ben guardare, anzi, è proprio la caratteristica suddetta di intenso livello di comunicazione in tempo reale che rende del tutto superflua la compresenza fisica nello stesso luogo per coltivare e consentire un reale rapporto parentale (…)”.

In altre parole “(…) l’interprete (…) non potrà che utilizzare quale parametro il concreto configurarsi delle relazioni affettive e parentali in ragione di peculiari condizioni soggettive e situazioni di fatto singolarmente valutabili, escludendo ogni carattere risolutivo della convivenza, che costituisce comunque un significativo elemento di valutazione in assenza del quale, tuttavia, può comunque dimostrarsi la sussistenza di un concreto pregiudizio derivante dalla perdita del congiunto (…)”.

Il corretto apprezzamento del quantum risarcitorio dovrà comunque essere rimesso al giudice civile, con la precisazione secondo cui “(…) la condivisibile esigenza di certezza del diritto vivente nel senso di stornare pretese risarcitorie strumentali (…) da parte di soggetti di fatto distanti dalla rete affettiva familiare è già adeguatamente garantita da una corretta gestione della causa in sede di merito (…), cioè dall’adempimento completo dell’onere probatorio da parte del soggetto che chiede risarcimento (…)”.

Un principio, dunque, quello espresso dai Giudici della Suprema Corte tale da dispiegare la propria efficacia al di là della vicenda concretamente oggetto di giudizio, con importantissime ripercussioni in tutti quei casi (anche di responsabilità medica) nei quali il danno subito da un soggetto sia idoneo a determinare un vulnus non patrimoniale – purchè concretamente provato – anche nei confronti dei suoi prossimi congiunti, dovendosi prescindere in tal senso dal requisito puro e semplice della convivenza, di per sé solo non sufficiente a determinare l’irrisarcibilità (od anche la risarcibilità) dello stesso.

 

Silvia Pari

Dottoranda Università di Bologna in Scienze Mediche Generali e dei Servizi. Laureata in giurisprudenza nel 2011, collabora con lo Studio Legale Stefanelli dal medesimo anno ed altresì con la Cattedra di Medicina Legale dell'Università di Bologna. Nel 2013 consegue il Master in Diritto Sanitario presso la Scuola di Specializzazione in Studi sull'Amministrazione Pubblica di Bologna. Le tematiche di principale interesse ed approfondimento sono quelle inerenti la sanità, pubblica e privata, con particolare attenzione al tema della responsabilità professionale del sanitario.

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